Bèpi Sugamàn, l’AI e l’arte di non capire nulla ma fare finta di sì
Per chi vuole innovare davvero… e per chi, invece, cerca un consulente da maltrattare. Indovina a quale categoria NON appartengo.
Ogni tanto mi arriva in studio un certo tipo di imprenditore. Lo riconosco prima ancora che apra bocca: cammina come se avesse appena comprato la Silicon Valley su Subito.it, parla a raffica di “AI”, “digitalizzazione”, “innovazione”, ma usa ancora Windows XP sotto la scrivania “perché va benissimo così”. È quello che in Veneto chiamiamo affettuosamente “bèpi sugamàn”: l’imprenditore buzzurro convinto che tutto gli sia dovuto perché “lavoro, guadagno, pago, pretendo”, e che il consulente sia una specie di apprendista da guidare a frustate.
Spoiler: io con questa gente non ci lavoro. E questo articolo serve a chiarire, una volta per tutte, perché.
Il fenomeno del “Voglio l’AI ma non so cos’è”
Il bèpi arriva e ti dice: “Mi serve l’intelligènsa artifiçiàe. Sa, oggi la ghe vol, la xè el futuro” Tu provi a chiedergli cosa vuole ottenere, ma lui non può dirtelo, perché non lo sa nemmeno lui: sa solo che deve “averla” per non sembrare indietro rispetto al cugino che ha messo ChatGPT nel gruppo WhatsApp dei pescatori.
È la stessa logica di chi compra il SUV da 120 mila euro per fare la rotonda davanti al supermercato, salvo poi lamentarsi perché “beve”. Una metafora semplice: se dai un jet a uno che non sa guidare un trattore, gli fai un funerale, non un upgrade tecnologico.
Perché questi clienti sono pericolosi (per sé e per chi li aiuta)
Il cliente cafone dell’AI non vuole capire. Vuole la magia. Vuole il bottone rosso che “fa tutto lui”. Vuole diventare Elon Musk, ma con l’impegno di un bradipo in vacanza premio.
Ecco alcuni segnali che indicano che stai parlando con un bèpi sugamàn digitale:
- dice “intelligenza artifiziàle” ma non sa usare le tab del browser;
- ti spiega come dovresti lavorare (“fammi un programìn che…”) senza capire nemmeno il problema;
- ti chiama esperto, ma pretende che esegui i suoi ordini come un cameriere del digitale;
- pensa che la sua ignoranza sia esperienza;
- paga mal volentieri, con la stessa grazia con cui si paga una multa.
E soprattutto: non ascolta.
La sua idea è sempre migliore “perché lo ga dìto me cugìn che ga fato ragioneria”.
Da qui la mia regola d’oro:
se il cliente vuole comandare il tecnico,
quel tecnico non sono io.
L’approccio serio (che il bèpi non sopporta)
Io lavoro così: analisi, metodo, architettura, test, risultati verificabili. L’opposto del bricolage informatico. L’opposto del “prova così… no aspetta cambia questo… fammi vedere se funziona…”.
Un professionista serio non vende illusioni, vende competenza. E la competenza richiede una cosa che al bèpi manca strutturalmente: fiducia nel professionista.
Se vuoi che l’AI ti faccia crescere, devi accettare che:
- non puoi imparare tutto in mezz’ora di telefonata;
- non puoi “dirigere il progetto” se non sai cos’è un file di testo;
- non esiste la soluzione che costa poco, funziona subito e ti fa diventare milionario;
- non puoi comportarti come un generale che ordina a caso e spera che qualcuno capisca cosa intende.
L’AI funziona solo quando un tecnico competente la incastra correttamente nel contesto aziendale, e quando il cliente rispetta il fatto che non è lui il tecnico.
Il sillogismo del cliente sbagliato
Un piccolo esercizio di logica formale:
Premessa 1: Se non ascolti il consulente, sprechi i soldi.
Premessa 2: Ai bèpi piace non ascoltare.
Conclusione: Il bèpi spreca soldi e poi dà la colpa agli altri.
Ed è esattamente il motivo per cui io certi lavori non li prendo. Non sono in vendita per chi mi vuole usare come parafulmine o punching ball. Io lavoro bene, oppure non lavoro.
Il cliente che voglio davvero
Quello che sa che non sa. Quello che dice: “Giovanni, dimmi tu cosa serve. Fammi un progetto serio. Io mi fido: dimmi cosa fare e quanto costa.” Quello che capisce che un professionista non è un tasto start-stop. Quello che ha maturità, coraggio e rispetto.
E sai una cosa? Questo tipo di cliente, di solito, cresce. Perché non perde tempo a inventare soluzioni magiche: si affida a chi studia, prova, testa, sbaglia, corregge e, alla fine, porta risultati veri.
Conclusione (per chi ancora non ha capito)
L’AI non è un amuleto, non è un giocattolo e non è un modo per risparmiare sulla professionalità. È uno strumento potente. Come una motosega: nelle mani giuste costruisci una baita; in quelle sbagliate finisci al pronto soccorso senza pollici.
Io lavoro solo con chi vuole la baita, non con chi si presenta con la motosega accesa dicendo “damela che so usarla”.
Se sei un Collega IT o un esperto di AI, probabilmente hai riso perché ne hai visti tanti. Se sei un imprenditore serio, hai capito che qui potresti trovare un alleato. Se ti sei sentito punto… probabilmente non siamo fatti per lavorare insieme.
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